01 - Ritorno in mare
Venerdì 26 giugno,
Caldo, molto caldo, troppo caldo. Da due settimane l’anticiclone africano sta soffocando l’Europa con temperature mai viste: quarantacinque gradi in Francia, idem in Spagna, quaranta gradi anche in Germania e in Inghilterra. Di notte si suda, e nella nostra camera da letto all’ultimo piano di via Bordoni il termometro segna 31 gradi anche alle due di notte. Questa è l’ultima notte che passiamo in città, domattina si va a Ravenna, in barca, e ci si prepara per la nuova crociera estiva a bordo di Eleftheria. Faremo una vacanza più breve quest’anno, di appena sei settimane. Sembrano sempre tante, lo so, ma la barca è un mezzo lento e va usata lentamente, senza stress e senza fretta. Scenderemo lungo la costa italiana fino in Puglia e poi andremo in Montenegro, nelle famose “Bocche di Cattaro” delle quali sento parlare da quando abbiamo comprato la barca. Poi andremo a Corfù e infine nelle isole ioniche, a gironzolare senza meta fino a quando il pienone agostano non ci consiglierà di invertire la marcia e tornare a Ravenna. Questo sulla carta, poi si vedrà cosa ci riserverà il destino. Destino che in questi dodici anni di crociere nel Mediterraneo non è certo stato avaro di sorprese!
Eleftheria sta placidamente ormeggiata sotto il sole al n.17 del pontile del circolo velico. È tutta bianca e lucida; gli abbiamo fatto un bel “refitting” questa primavera, lucidato le fiancate, cambiata l’elica, pulito la carena, verniciata la coperta, cambiata la catena dell’ancora, cambiate un po’ di cime ormai logore, presa una nuova radio VHF, e così via, ma come sappiamo le “vecchie signore del mare” sono sempre piene di acciacchi e riparata una cosa se ne rompe un’altra. C’è il frigo che ogni tanto fa le bizze e più che raffreddare “congela”; il pulsante del salpa àncora andrebbe cambiato con uno migliore e più affidabile, la vela di prua sostituita con una più nuova... vedremo.
Trasportiamo tutte le borse, zaini e borsette che abbiamo portato da Bologna e le stiviamo nei gavoni. Sottocoperta è un gran caldo, ma il venticello che soffia qui al mare è sufficiente a rinfrescare la cabina di prua, dove abbiamo già preparato il nostro letto. Stanotte potremo finalmente riposare un po’ meglio.
Si parte, ciao Ravenna, a presto
Due delfini, grandi e neri, ci vengono incontro mentre navighiamo verso Ancona. Un tuffo davanti alla prua della barca, un virata sott’acqua giusto per poterci guardare reciprocamente in faccia, e poi via dietro la nostra poppa, fuggendo veloci verso nord. Un bel saluto, un bell’incontro in questo mare verde puntellato solo da cupe piattaforme, solitarie e con l’aria triste. La brezza da terra ci dà una mano e iniziamo il nostro viaggio a vele spiegate e con il vento in poppa. Per diverse ore navighiamo osservando la costa romagnola, cercando come sempre di individuare le varie città attraverso i loro punti cospicui, la pineta di Cervia, il grattacielo di Cesenatico, la ruota di Rimini. Superiamo Pesaro, poi Fano, infine il Conero. La nostra prima tappa sarà Ancona, anche se non abbiamo ancora deciso se andare a Portonovo, sul lato est della montagna, oppure se fermarci davanti al Marina Dorica, il porto turistico della città. Il meteo è variabile e per il momento consiglia il posto davanti al Marina, ma in ogni caso è previsto solo una leggerissima brezza per la notte.
Caliamo la nostra àncora, che si pianta perfettamente nella sabbia in 5-6 metri d’acqua. L’aria è calda ma non fastidiosa, si sta bene a cenare in pozzetto e a chiacchierare guardando le luci della città e del porto.
La notte sembra tranquilla, fino a quando lo scorrere dell’acqua lungo le murate non diventa più rumoroso e la barca non comincia a ondeggiare un po’. Sono le quattro del mattino, mi sveglio, salgo in coperta e vado subito a vedere cosa succede a prua; la catena è tesissima, ma l’àncora ben conficcata nella sabbia tiene bene. Per sicurezza aggiungo altri dieci metri di catena ma il mare comincia ad agitarsi e nel giro di pochi minuti la prua della barca inizia a saltellare. Non va bene, non mi piace. Torno in pozzetto e incontro Lella che mi guarda negli occhi, guardo di nuovo la prua, poi di nuovo Lella. “Via, si va via subito!” Cerco rapidamente le chiavi del motore e metto in moto; mentre Lella va a prua al verricello che issa la catena, io vado al timone e con il motore in marcia avanti cerco di avanzare per alleggerire il peso della barca a facilitare il recupero dell’àncora. Facciamo fatica, la barca non riesce a star dritta, va un po’ a destra e un po’ a sinistra, il motore quasi al massimo, vedo la prua andare su e giù e battere pesantemente sulle onde, Lella aggrappata con una mano al pulpito “cavalca” queste onde, cercando di non volare fuori bordo. Il buio peggiora le cose, perché non vedo i segnali che Lella mi fa, e riuscire a sentire la sua voce mentre il mare romba è impossibile. Momenti di panico, ma metro dopo metro la catena torna in barca, e con essa alla fine anche l’àncora. Lella rientra in pozzetto, non spiccica una parola, non riesco a vedere bene la sua faccia, è ancora buio, ma me la immagino, bianca e tirata come le corde di un violino. Giro in fretta la ruota del timone e punto decisamente verso est, per uscire da questo “cul de sac” nel quale ci siamo cacciati e riuscire a ripararci dal mare al di là del Conero. Le onde sono sempre più alte, il motore soffre ma spinge bene in avanti Eleftheria; ho il lungo molo del porto commerciale sottovento alla barca, con i suoi pericolosi frangiflutti ad appena venti o trenta metri da noi. Venti metri sono pochi, maledettamente pochi, e sono costretto ad affrontare le onde dritto con la prua per allontanarmi da questo altro pericolo. La barca sembra un cavallo impazzito. Guardo con apprensione anche la temperatura del motore, che sotto sforzo comincia a salire. Sono solo poche miglia, poche lunghissime miglia, e poi potremo finalmente non avere più questo mare in faccia che ci fa penare.
Superato l’ingresso del porto accosto lentamene verso sud, mentre il mare si calma e il vento non ci colpisce più violentemente sulla prua. Maledico tutti i siti di previsioni meteo, che non ci prendono più, e nello stesso tempo penso che abbiamo talmente incasinato il pianeta che non abbiamo più strumenti per prevedere il tempo. Noi umani siamo una peste per questo pianeta, come diceva saggiamente qualcuno in un film di tanti anni fa.
Martedì 30 giugno, Adriatico centrale
Sono solo in pozzetto al timone. Lella dorme sul divano della dinette. Si è presa un bello spavento, e io con lei. Ho aperto le vele per sfruttare il vento che ho alle spalle, più gentile di quello di questa notte. Siamo diretti a San Benedetto del Tronto, indecisi se fermarci lì per la notte o se proseguire per Termoli. Le notizie dei giornali on line dicono che il grande caldo sta per finire, anzi che sta per arrivare un fronte dall’Atlantico che porterà piogge e allagamenti in tutta Italia. Per noi che siamo in mare queste notizie sono sempre fonte di grande angoscia e preoccupazione, perché non sai mai cosa ti può succedere se il maltempo ti becca mentre navighi e soprattutto di che entità sarà. Abbiamo comunque ancora 48 ore di tempo mediamente buono, se le previsioni sono giuste, e Termoli non è così lontana.
La sosta “tecnica” a San Benedetto la facciamo ugualmente, ospitati gratuitamente al pontile del Circolo Nautico. Ne approfittiamo per riposarci un po’ e per fare gasolio. Qualche ora dopo ci rimettiamo in mare, passeremo la notte viaggiando e domattina saremo a Termoli. Venerdì sera verrà a bordo Siria, che ha deciso di venire con noi in Montenegro per questa ultima crociera estiva. Molto probabilmente a Termoli dovremo fermarci qualche giorno in più per permettere a questo famigerato fronte atlantico di fare il suo lavoro e lasciare il Mediterraneo. Troveremo il modo di impiegare il tempo, e d’altronde come abbiamo già detto andare in barca significa andar piano e senza stress, aspettando il momento giusto per navigare e quello giusto per sostare.
Commenti
Posta un commento